PINUCCIO SCIOLA, l’anima del suono

È un viaggio dentro noi stessi, alla scoperta di suoni che ci sono appartenuti, di cui avevamo perso la memoria. Vibrazioni che arrivano dal centro della materia, apparentemente silenziosa, che scuotono prima il cuore, dopo l’anima.

Non saprei descrivere altrimenti la domenica sera passata in compagnia del Maestro Pinuccio Sciola. Classe Quarantadue,
nato sotto il segno di Michelangelo, lo avvisto mentre esce dalla porta a vetri del suo studio/atelier. Vestito come uno scultore vecchia scuola, l’unico tipo di scultore possibile, perché chi scava la pietra non può che essere una persona che non si accontenta della forma, che non ama i fronzoli e le comodità di plastica. E Pinuccio mi accoglie con un sorriso, scalzo, coi piedi ben piantati per terra e due occhi azzurri che hanno visto mezzo mondo, e ancora paiono librarsi alti sul paese di San Sperate, sul basso Campidano, sulla Sardegna tutta, isola unica per tanti aspetti, fra cui quello di cui parleremo ora: le pietre, le più antiche d’Europa, fra le poche capaci di suonare, da sempre, ma silenti, finché un maestro non è stato in grado di capirne l’intrinseca potenzialità. È così che Pinuccio comincia a introdurmi al suo lavoro: “Quell’oggetto che hai al polso ha un complicato meccanismo basato su un quarzo. La memoria dei computer di oggi, capaci di immagazzinare miliardi di informazioni, è basata sul silicio, sulla sua memoria millenaria. Quindi voglio dimostrarti che le pietre non sono mute come si è creduto, per convenzione, finora. Hanno una voce, e questa deriva dall’origine della pietra stessa”. Comincia inumidendosi le mani, robuste ma non callose, forti ma morbide, mani di un suonatore di pietre. E sfregandole lievemente, con rapidità crescente sulle guglie perfettamente smussate di quell’oggetto, che nell’aspetto ricorda la tastiera di un pianoforte privo di semitoni, impercettibilmente, più sonoramente poi, quello strumento musicale di calcare comincia a fischiare, a guaire, catapultandomi in un secondo dentro una dimensione altra, impensabile fino a un attimo prima. Come posso trovarmi contemporaneamente a San Sperate, nel favoloso orto di Pinuccio Sciola, e in un’oscura fossa oceanica, desolata ma a suo modo accogliente, come l’abbraccio del ventre materno prima che la luce sia luce, e i suoni siano vibrazioni non filtrate, unicamente trasmesse dall’aria. Resto stralunato per qualche secondo, in silenzio, dopo che Pinuccio ha terminato di suonare il suo strumento, e da oltre quel tavolo di legno, minuto e anch’esso vibrante sotto il peso delle pietre sonore, mi guarda con aria complice e sorniona. Non riesco a dirgli nulla nell’immediato, come mi capita raramente all’uscita del cinema dopo aver visto un capolavoro, perché ogni commento suonerebbe superfluo. Riprende lui a raccontarmi della vita di quella semplice pietra lavorata: “Questo è un biancone di Orosei. La sua origine è calcarea, si è formata nel mare, praticamente è acqua fossilizzata. Il suono che emette è liquido, ricorda i suoni che sentiamo quando siamo sott’acqua, e differisce dai marmi del resto d’Italia perché la Sardegna è una terra più antica. Fra le più antiche d’Europa”. Sembra un dettaglio da poco, ma non lo è affatto. Con una vena di orgoglio mi racconta di quando, ospite a Firenze, davanti a cinquecento persone, ha affermato che Michelangelo è morto triste. Questo perché egli, scultore sopraffino e di talento smisurato, ha creato sculture assolutamente perfette, e a queste mancava solo una cosa: la parola. Quindi Pinuccio mi guida verso un angolo più appartato del giardino e mi mostra due pietre dalle dimensioni e dalla lavorazione del tutto simili. Quella a sinistra di un bianco puro, ma meno lucente. Mi dice, mentre con un piccolo pezzo di marmo salta da un tasto all’altro: “Questa pietra è un marmo di Carrara, quello utilizzato da Michelangelo per le sue sculture”. Mentre scorre fra i tasti di quell’embrione di strumento musicale, con stupore noto che i pochi suoni emessi non sono assimilabili a una melodia compiuta; somigliano più a rumori di materia grezza. “Questa invece è un biancone di Orosei”. Mentre compie lo stesso movimento di prima, onde sonore cominciano a fluire nell’aria, emettendo il suono ormai diventato familiare che ricorda quello dell’acqua e delle profondità oceaniche. “Michelangelo è morto triste perché la pietra che scolpiva non aveva voce, quindi non gli poteva parlare. Quando ho presentato le mie pietre a Firenze, l’ho fatto davanti alla sua tomba, cosicché, a secoli di distanza, anche lui potesse sentire la voce del marmo”.

È un viaggio affascinante quello cominciato quasi per caso in questa domenica pomeriggio, che so mi resterà impressa nella memoria molto a lungo. Un attimo dopo Pinuccio mi fa salire sulla C4 Picasso (non credo che la scelta del modello, una spaziosa monovolume simile nell’aspetto generale a un monolite, e quella dell’edizione intestata
a Picasso, padre del cubismo, siano casuali), e, guidando rapidamente fra strade anguste che conosce a menadito, mi conduce all’altro suo studio/atelier, questa volta all’aria aperta, in cui ha radunato, come opere di una mostra estemporanea, le pietre di dimensioni maggiori, quelle alte, come lui stesso le chiama. Quello, per quanto mi riguarda, è il luogo perfetto in cui custodire tali manufatti, un luogo in cui la mano dell’uomo ha saputo plasmare ma non sovvertire l’ordine naturale, intervallando grandi pietre lucenti ad alberi da frutto, e ancora a pietre più scure e cupe nell’aspetto: dei bellissimi basalti che riconosco subito, dato che vivo su una piana basaltica ai piedi della catena del Marghine, e del monte Santu Padre, che sovrasta tutto come un gigante silente e benevolo.

Pinuccio mi fa poggiare un orecchio a questo grande masso i cui tasti sonori somigliano a giganteschi cubi di Rubik monocromatici e dalla grana porosa. Mentre comincia a strofinare un piccolo masso su quei tasti, sento incredibilmente il vociare di una fiamma enorme, infernale, e in un secondo, chiudendo gli occhi, vengo trasportato al centro della terra, fra roccia fusa e magma incandescente, avvolto da un suono più cupo dei precedenti, bieco e temibile, baritonale ma pastoso. È difficile descrivere un suono, tanto più se questo rimanda a fenomeni naturali imponenti, ancestrali, come accade sempre con le pietre sonore. Sono una persona poco propensa a enfatizzare un avvenimento o un fenomeno naturale. Ma devo ammettere che questa domenica atipica mi sta facendo rivalutare tante cose, in primis il rapporto con le pietre, che non sono semplice materia inanimata, ma la memoria fisica di un passato remoto più vicino e presente di quanto potessimo immaginare. Pinuccio, dopo il mio silenzio, riprende a parlarmi di questa pietra. “È un basalto, frutto della compressione e fusione della roccia endogena, sputato fuori da qualche vulcano sotto forma di lapilli, o fluito giù dalla sua bocca attraverso una robusta colata lavica. Il suo suono ricorda quello del fuoco e della terra”.
Come dargli torto. Quella è una pietra il cui tempo non ha tempo, la cui memoria resta impressa, incastonata fra le sue fibre più profonde. Non avevo mai trovato nulla di umano in una pietra, almeno prima di oggi. Ma è nel momento in cui un’opera riesce a suonare alcuni tasti sconosciuti, a suscitare emozioni indescrivibili, che diventa arte. E queste semplici pietre mi stupiscono un’ultima volta, attraverso lo specchio di un’umanità poco numerosa, ma comunque rappresentativa del mondo. Dopo di me, difatti, giunge una coppia di musicisti di Milano. Li seguo mentre sentono il suono di quelle pietre e si emozionano, glielo leggo in volto. Vorrebbero acquistare una piccola pietra sonora, ma non ne hanno l’immediata possibilità, e quasi si disperano, lasciando la tenuta Sciola con una nuova consapevolezza, quella derivata dall’aver scoperto un nuovo strabiliante strumento musicale, vecchio quanto il mondo. Dopo di loro giungono altre due coppie, sempre milanesi, ma che poco hanno a che fare col mondo della musica e dell’arte. Probabilmente pensano a che figura faranno con amici e colleghi mettendosi in giardino una pietra di Sciola, e litigano fra loro, scegliendo fra pietre di grandi dimensioni, pesanti svariate tonnellate, per decidere quale sia la più adatta rispetto all’arredamento, o quale presenti la forma più elegante. Poi, mentre mi allontano, li sento borbottare qualcosa riguardo l’assicurazione per il trasporto e, fra me e me, penso che alcune cose siano universali, ma l’arte è assolutamente soggettiva.

Ci vuole sensibilità e un udito fino per amare il suono di uno strumento, ci vogliono soldi per permettersi un oggetto che da solo non potrà dare la felicità, perché quella va ricercata dentro sé, prima che nei beni materiali. Ci voleva un artista non convenzionale, geniale e sprezzante, per scoprire che le pietre hanno una voce e possono emozionarci, lì dove non c’è tempo, non c’è musica e non c’è luce.

Fabio Forma

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