PINUCCIO SCIOLA, il canto della pietra

La memoria dell’universo

Una stretta di mano decisa e densa di calore: così ha inizio il mio incontro col Maestro Pinuccio Sciola. Mi lascio condurre alla scoperta del suo giardino sonoro, in cui la pietra e le piante convivono beandosi della compagnia reciproca.

Vi si arriva da una strada sterrata, ma non vi sono cancelli a delimitare la distesa pacifica di monoliti; vibrano immersi nella libertà che la natura ha donato loro fin dall’inizio dei tempi, incastonati tra il verde degli ulivi e le sfumature del cielo. Ci avviciniamo a un calcare, figlio dell’acqua, e mi invita ad accostare l’orecchio e a posare una mano sulla pietra. Mentre lui l’accarezza con un altro pezzo di materia litica, le vibrazioni si propagano dalle mie dita verso tutto il corpo e un suono viscerale raggiunge i miei sensi. È la profondità degli oceani, il fluire di fiumi antichi che hanno scavato, plasmato e unito sedimenti senza tempo, conservandone inalterata la memoria primitiva.

Lo guardo meravigliata, priva di parole che possano descrivere la sensazione appena provata, e mi conduce al cospetto di un altro pezzo di universo. Questa volta il suono mi porta a un ricordo del passato, ma il Maestro mi invita a mettere da parte il conosciuto e a lasciarmi andare. Guidata da lui, passo dopo passo, ne comprendo il motivo: quei suoni arrivano da un prima indefinito, e nulla hanno a che fare con quanto creato dall’uomo. Pinuccio Sciola non suona le pietre, ne libera il canto. Mi dirà più tardi: “Le pietre hanno una memoria. Qualche settimana fa ho partecipato a un congresso a Pietrasanta, organizzato dalla Facoltà di Architettura dell’Università di Pisa. Ho fatto ascoltare le mie pietre e, mentre parlavo di suoni inediti, una ragazza mi ha detto con decisione: «Io non li ho sentiti inediti questi suoni, li ho sentiti molto familiari. Come se fossero da sempre dentro il mio dna.» Io ero sbalordito.”

A un tratto si ferma di fronte a una scultura i cui tagli verticali creano un gioco di trasparenze incredibilmente affascinante. “La pietra è rigida? Ma dove sta la sua rigidità?” mi chiede mentre pizzica le sottili lame presenti nella parte superiore. Vibrano come le corde di un’arpa, e mi accorgo in quell’istante di quanto gli aggettivi da sempre usati per definire le rocce siano inappropriati.

Proseguiamo la passeggiata e si ferma davanti a un basalto. Prima di ascoltarne la voce mi invita a osservarlo. È scuro come le viscere della terra, trafitto da piccole gocce bianche di calcare: “È il cielo stellato” mi dice, poi mi invita ad accostare l’orecchio. Un suono gutturale, profondo, oscuro. Il Maestro comincia a raccontare di alcuni scienziati seriamente interessati alle sue scoperte. “Ultimamente mi sto occupando dei suoni siderali. Il mio interesse principale è trasmettere emozioni, ma è un fatto unico al mondo che queste vengano sposate anche dalla scienza.”

Perché certo, lui è un artista, ma la sua ricerca va oltre il fine edonistico dell’arte. Arriva fino alle origini del tutto che ci circonda, e sono state le sue pietre a indicargli il cammino.

Mi spiega che non tutte sono in grado di esprimersi, solo le più antiche conservano la memoria di quell’inizio, e la Sardegna possiede una varietà litica che affonda le radici nell’immensità del tempo. A tal proposito mi racconta un curioso aneddoto: “Una quindicina di anni fa ho presentato la mia scuola (Scuola Internazionale di Scultura, attiva dal 1978 a San Sperate, ndr), rigorosamente anticlassica e antiaccademica, a Parigi. Erano presenti tantissimi giornalisti e molti Sardi. A un certo punto chiede la parola un emigrato di Ghilarza, partito manovale e diventato poi un grande imprenditore, che dice: «Ringrazio Pinuccio, siamo felicissimi di questa intuizione, una scuola internazionale di questa natura ci inorgoglisce anche perché, come dicono i geologi, in Sardegna esiste qualsiasi tipo di pietra. E se un tipo di pietra non esiste lì vuol dire che Dio, quando ha creato il mondo, se l’è tenuto in tasca!». Questo per me è un bellissimo ricordo” conclude compiaciuto.

Il canto della pietra

Proseguendo la passeggiata mi conduce nel salotto del suo giardino: due divani in pietra felicemente disposti sotto un grande ulivo. Capisco che è il momento di partire con l’intervista vera e propria. Tiro fuori la mia lista di domande, mentre lui mi scruta con occhi incuriositi e guardinghi. L’ultima cosa che desidera è un’intervista tradizionale, “Perché le risposte migliori sono quelle a domande mai fatte. Nessuno mi ha mai chiesto di tirare fuori i suoni dalle pietre. Ecco la risposta a una domanda mai fatta” mi dice guardandosi intorno. La mia lista di curiosità perde in un istante ogni significato. Pinuccio Sciola vuole raccontarsi da sé e, soprattutto, emozionare i suoi interlocutori con i ricordi di una vita intensa e con la voce delle pietre. Ne siamo circondati, sottili trame di infinito in attesa di una carezza per esprimere la loro interiorità. Azzardo comunque una domanda: “Com’è avvenuto il suo incontro con il suono della pietra?” “È stato naturalissimo. Non ricordo il momento, e a questo proposito ti faccio io una domanda. Tu ricordi quando hai conosciuto tua madre?”La mia risposta, superflua, si perde nel silenzio provocatorio del suo sguardo. Poi prosegue: “Io sono sempre in lotta perché in tutte le culture il suono della pietra è associato alla percussione. È un errore enorme. Se picchiamo la pietra, noi sentiamo solo il rumore del colpo che essa riceve. I suoni, invece, vengono fuori con le carezze e più è dolce la carezza, più è forte l’emozione che la pietra, con la sua voce, trasmette. Quindi ogni giorno io lotto per ribaltare concetti universalmente riconosciuti, quelli per cui la pietra è dura, rigida, muta.”

È un guerriero Pinuccio Sciola, lo raccontano le sue mani, solide e vive come le pietre di cui sfiora la pelle. Lo dicono i suoi occhi, profondi come il canto del basalto, e le linee del suo viso solcato da emozioni intense, nel bene e nel male. “Qualche anno fa ho letto alcuni libri di Sergio Givone” prosegue, “filosofo e docente di Estetica. Ho avuto modo di partecipare con lui a una conferenza sulla pietra e il sacro alla Facoltà teologica di Cagliari. Io ero lì con le mie sculture, lui invece ha tenuto una lectio magistralis dal titolo Il silenzio della pietra. Puoi capire come mi sentivo io, che ogni giorno cerco di dimostrare l’esatto contrario.  Non ho avuto modo di fargli cambiare idea fino all’anno scorso, quando è stata allestita una mia mostra a Firenze, dentro la Basilica di Santa Croce, al cospetto di Michelangelo e di altri grandi artisti del passato. La conferenza inaugurale si teneva nel refettorio del convento, affrescato da Taddeo Gaddi, alla presenza dell’Assessore alla Cultura del Comune di Firenze. Scopro in quel momento che si trattava di Sergio Givone! È arrivato in anticipo e ne ho approfittato. Gli ho chiesto di avvicinare l’orecchio a una delle mie pietre e ho cominciato ad accarezzarla. Lui era scioccato. Mi ha chiesto: «Ma come è stato possibile anche soltanto pensare che dentro una materia muta per antonomasia ci potessero essere dei suoni?» Gli ho risposto: «Perché io sono nato da una pietra.» Durante la conferenza ho fatto ascoltare il suono delle mie sculture, poi lui ha preso la parola e ha detto: «Sciola sostiene di essere nato da una pietra, e ha ragione. Perché soltanto uno che è stato lì dentro poteva avere la percezione di questi suoni e la genialità di farli ascoltare anche a noi.»”

Mentre racconta osservo il suo sguardo: è pura emozione quella che ne traspare. Anche quando mi dice di aver fatto ascoltare il canto della pietra a Michelangelo, che di fronte al suo Mosè, tanto realistico da sembrare vivo, avrebbe detto: “Perché non parli?” “Non avrebbe potuto in nessun caso” mi dice il Maestro. “Il marmo statuario non è molto compatto, quindi non permette la propagazione del suono. Michelangelo ai suoi tempi non poteva saperlo, per cui ho deciso di fargli ascoltare il suono delle mie pietre. Ho iniziato utilizzando l’archetto di un contrabbasso, per non svegliarlo di soprassalto. C’era un silenzio assoluto, io avevo un nodo alla gola. «Abbiamo potuto constatare che questi non sono solo dei contenitori di opere d’arte, ma sono anche luoghi di produzione di emozioni, come Sciola ci ha appena dimostrato» ha detto la presidente dell’Opera di Santa Croce quando ho terminato.”

Gli chiedo se gli sarebbe piaciuto lavorare con Michelangelo. Mi risponde di no. A questo punto sono molto curiosa di scoprire chi, nel suo percorso artistico e umano, gli abbia lasciato l’eredità più grande. “La natura” risponde deciso. “Non immagini quante volte, mentre accarezzo la pietra, vedo fiumi di lacrime scendere dagli occhi di chi ascolta. Io ho una missione, soprattutto da quando ho fatto le mostre ad Assisi e sono diventato amico di San Francesco: creare un nuovo rapporto con la natura. Chiunque varchi il portone della mia casa e ascolti le pietre, avrà necessariamente un rapporto diverso con la natura, fatto di più attenzione e rispetto, dal momento in cui constaterà che perfino le pietre sono un elemento vivo.”

E vivi sono anche i monoliti del pianeta Erondàr, nel fumetto fantasy Dragonero, disegnati a immagine e somiglianza delle sculture sonore del Maestro. In quell’altrove esse attivano delle strade magiche. “Che effetto le fa sapere che le sue opere hanno varcato il confine della realtà?” gli chiedo. “È piacevole. E poi è questa la cosa bella, perché i suoni sono oltre la realtà, sono prima della materialità, anzi, i suoni letteralmente sciolgono la materialità e la durezza della pietra.”

Gesamtkunstwerk*

Il sole è tramontato, ci alziamo per fare un ultimo giro nel giardino e gli chiedo della Turandot, l’incompiuta di Puccini a cui Pinuccio Sciola ha infuso una nuova linfa curandone la scenografia. L’allestimento al Teatro Lirico di Cagliari ha avuto un successo quasi inaspettato, fin dalla presentazione curata dal critico d’arte Philippe Daverio, unito al Maestro da un rapporto che va ben oltre l’amicizia e di cui ha parlato senza remore – davanti agli oltre mille spettatori e ai giornalisti intervenuti – ricordando la lotta al tumore che a entrambi ha portato via lo stomaco. “È stata la prima esperienza come scenografo teatrale, ma mi è venuto naturale.” Mi invita a guardarmi intorno mentre racconta. “L’ho sempre fatto anche qui, con le mie pietre. Non sono disposte a caso.”

Sarebbe impossibile pensarlo, c’è un’armonia perfetta, come quella che solo la natura e chi è in profonda sintonia con essa possono realizzare. “Quello che mi ha emozionato di più” aggiunge con entusiasmo, “è stato lavorare con persone meravigliose. In due mesi e mezzo ho imparato tantissimo! Io arrivavo con un progetto e due giorni dopo avevo una struttura alta nove metri. Una dedizione al lavoro e una professionalità commoventi, abbiamo fatto un lavoro d’équipe straordinario.”

L’idea wagneriana di opera d’arte totale ha trovato, in questa interpretazione della Turandot, la sua ragione d’essere: musica, drammaturgia, scultura si sono fuse per dare vita a una nuova dimensione dell’arte, originale, fuori dal tempo. Nel racconto del Maestro non mancano le lodi per Simon Corder che, con le sue luci, ha amplificato la percezione della poesia insita in questo incontro di sensibilità diverse. Gli chiedo se lavorerà ad altre opere liriche. “Non lo so, io però ne ho già pronta una.” Sorride, e gli occhi emanano una luce intensa. Mentre camminiamo mi mostra due grandi sculture: una raffigura la porta del carcere in cui è stato imprigionato Gramsci, l’altra è un omaggio a Maria Lai. La visita sembra volgere al termine, ma il Maestro mi stupisce ancora. Accende un faro sotto la seconda e improvvisamente i fili dell’artista ogliastrina, scolpiti nella pietra, prendono vita. L’illusione del movimento è una magia che solo l’anima sensibile del Maestro poteva far scaturire dalla solidità della pietra.

Non si finisce mai di imparare

Ci approssimiamo all’uscita e mi mostra con orgoglio una moltitudine di piantine nate dalle pietre. “Le ho seminate quattro anni fa il quattro di ottobre, il giorno di San Francesco. Sono pura poesia.” Eccola ancora, l’armonia dell’universo. Le oltrepassiamo e ricorda le visite delle scolaresche. “Non immagini quanto io stia imparando dai bambini.” Mi racconta con tenerezza e stupore di una bimba che, di fronte al suono delle pietre, ha detto: “Mi ricorda… mi ricorda qualcosa che non conosco!” Nell’innocenza di quell’affermazione c’è tutta l’essenza dell’opera del Maestro, la memoria senza tempo che vive nella natura e in ciascuno di noi. Sorride mentre mi parla di un’altra bambina che, dopo una visita al giardino sonoro, gli ha scritto:  Sei più bravo di Archimede, sei riuscito a fare i colori di Mondrian senza colori. “Di per sé è già meraviglioso che una bambina di sette anni conosca Mondrian, il fatto che abbia anche capito il valore pittorico di un segno più profondo di un altro, di una parte bocciardata rispetto a una liscia, è assolutamente straordinario” dice affascinato.

Ormai convinta che sia giunto il momento dei saluti, il Maestro invita me e mio marito, che mi ha accompagnata in questo viaggio nella poesia della pietra, a seguirlo a casa sua. File lunghissime di sculture ci attendono anche lì. Pietra, legno, ferro, ortaggi. Tutto, fra le sue mani, può assumere una nuova veste pur mantenendo inalterata la memoria di ciò che è sempre stato. Mi invita ancora ad ascoltare. Questa volta la pietra ha una voce quasi lugubre, il lamento di uno spazio inesplorato. “Questo suono è identico a quello di Nettuno. Su internet trovi le registrazioni fatte dalla NASA” mi dice. Le ho ascoltate il giorno seguente, prima che l’intensità del ricordo scemasse, e mi sono venuti i brividi. In quelle parti infinitesimali che sono le sue sculture, è racchiusa tutta l’immensità dell’universo.

È buio ormai e facciamo per congedarci; lui invece ci fa accomodare dentro casa. Prende piatti, posate e bicchieri e divide con noi la sua cena, senza un invito verbale, come se ci conoscessimo da sempre. Parliamo ancora e ancora, la sua vita è un arazzo prezioso ricamato con il filo delle emozioni e noi ne diventiamo parte, seppure per poco.

Prima di andare via il Maestro mi fa dono di alcuni libri, ricordo materiale di questo viaggio mistico denso di suggestioni, in cui ho attraversato un tempo senza tempo che supera il conosciuto e si perde nell’infinito dello spazio e della memoria.

*Opera d’arte totale

Alessandra Ghiani

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