Allo Spazio E_EMME di Cagliari, la short exhibition LINEE D’OMBRA di Andrea Colombu

La mostra, visitabile fino al 1 marzo in via Mameli 187, è curata da Anna Oggiano e Roberto Randaccio.

Ombre lunghe

L’ombra è forse uno dei simboli, dei modelli iconologici che più ha affascinato la fantasia degli uomini, dei letterati e degli artisti. Come non approfittare di questa occasione espositiva per poter raccontare l’operazione artistica di Andrea Colombu, qui proposta, se non sfruttando alcune delle molteplici metafore che si collegano all’ombra.

   La tradizione classica ci racconta di come Ulisse negli inferi tenti di abbracciare la propria madre Anticlea, per tre volte, inutilmente. L’eroe abbraccia il vuoto, ossia tenta di afferrare l’illusione di un’immagine che gli era apparsa come reale («trattando l’ombre come cosa salda», direbbe Dante). Da questo esempio omerico deriva la nostra prima considerazione. Parlare di ombre e dell’illusione che deriva dalla visione di immagini non ci discosta molto dal parlare di arte. Se infatti, come qualcuno ha detto, l’ombra è l’anima del corpo, possiamo tentare un’interpretazione affermando che l’opera d’arte è l’anima della realtà. L’opera d’arte infatti, come l’ombra, è perfettamente visibile, perfettamente percettibile ma allo stesso tempo inafferrabile. Ciò che l’artista dipinge, plasma,  traccia con il disegno o anche elabora con il computer è molto semplicemente (ma anche complicatemente) una proiezione: la proiezione di un’idea che si contrappone alla luce dell’immaginazione. Ogni oggetto d’arte, in fondo, non è altro che l’ombra di un’idea, un inganno dell’occhio e della mente.

   Seconda considerazione. L’ombra pur essendo un ossimoro ottico, ossia è qualcosa di inconsistente e allo stesso tempo qualcosa di reale, è sempre la testimonianza di una “presenza”. Una presenza manifestata dall’opposizione di un corpo alla luce. Qualcosa o qualcuno deve porsi in controluce per originarla. Ma, a contraddire quest’ultima considerazione (o forse a ribadirla), ci accorgiamo che le opere qui esposte sono soprattutto il segno di una “assenza”. Sono ciò che rimane di una realtà che possiamo solo ipotizzare, che si manifesta come una presenza inavvertibile: sono la testimonianza di una mancanza. Come i prigionieri della caverna platonica osserviamo queste ombre lunghe cercando di immaginarci quale corpo le abbia determinate. Andrea Colombu con queste sue originali composizioni fa un uso abile di questi due livelli metaforici e interpretativi: quello della proiezione e quello dell’assenza. Però, proprio la scomparsa del corpo che si interponeva alla luce pone degli interrogativi in chi osserva. A chi appartenevano quei corpi? Chi erano? Quali vicende umane si sono fissate in quelle ombre? Nel dubbio, nell’assenza appunto, abbiamo la certezza (e anche il timore) che quelle figure scure siano ciò che resta di un’esistenza drammatica, spenta improvvisamente, come un soffio spegne una candela lasciandoci nel buio profondo. Facile pensare a vite spezzate, spente da guerre, da genocidi o soltanto a coloro che non sono riusciti a portare oltre un’altra sponda il proprio corpo e la propria ombra. Queste ombre lunghe sono dunque anche una testimonianza di presenze mancate che ci deve far riflettere.

Andrea Colombu è un artista multiforme con una sensibilità che sconfina nella poesia e una profonda conoscenza delle tecniche pittoriche che gli permette di spaziare nei differenti campi espressivi, dal disegno puro alla computer art, dall’assemblaggio materico alla street art. La sua tecnica raffinata e la fervida passione creativa ne fanno un artista che ci sorprende continuamente, un artista infaticabile che, ogni volta che affronta un nuovo tema, è incessantemente spinto a produrre innumerevoli varianti dell’opera fino a giungere al risultato più felice e ottimale: uno stato di grazia artistico che seduce inevitabilmente chi osserva le sue opere. Anche questa raccolta di ventiquattro linee d’ombra nasce da un percorso riflessivo complesso e da una raffinata ricerca artistica.

   Tecnicamente queste “proiezioni” sono ottenute con un paradosso pittorico: il nero su nero. Paradosso ben noto e ricorrente nella pittura contemporanea che ritorna nell’arte astratta e informale (Malevič, Rothko, ma anche e soprattutto Burri) con il costante tentativo di compenetrare figura e sfondo con l’accostamento di minime sfumature di un identico colore, fino a sfidare la monocromia assoluta. Un paradosso, appunto, perché condizione necessaria per la consistenza di un’ombra è che esista uno sfondo su cui stagliarsi e questo non può essere nero. Forse ciò che resta della luce che ha dato origine all’ombra è quel baluginìo di linee bianche che si sovrappone alle immagini nere, come quando si fissa intensamente un oggetto luminoso e poi, chiudendo gli occhi, ci rimane impresso sul nero della retina la fosforescenza e il contorno vibrante dell’oggetto stesso. L’artista, dunque, combina il nero della base con la stesura di una amalgama trasparente che fa risaltare la figura tracciata, che si pone così in vibrazione con il nero dello sfondo. Le linee bianche sovrapposte non fanno che accentuare questa oscillazione. E dunque, al simbolismo della proiezione e dell’assenza visto prima, dobbiamo aggiungere questa sovrapposizione e sottrazione del colore. Il risultato di questa mostra è un sorprendente gioco di rimandi ottici e di allusioni metaforiche ottenute semplicemente illuminando il nero.

Roberto Randaccio

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